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14/02/2024 14:44

Dal Marocco una lezione per innovare il nostro futsal: non basta un progetto, servono investimenti

Nei giorni scorsi, a margine del ciclo di amichevoli che la Nazionale ha sostenuto in Marocco, uno dei numerosi commentatori al post di Facebook relativo all’articolo “Il Marocco ha messo a nudo i problemi che la riforma non risolve: l’Under 19 è tutta da riscrivere” ha posto alcuni interrogativi che ci hanno offerto la possibilità di fare un approfondimento con chi l’attività calcistica (e del futsal) marocchina la conosce molto bene. 


Ma ci teniamo, prima di entrare nell’argomento, a ribadire che le nostre critiche non osteggiano una riforma che anche noi non abbiamo censurato affinché fosse stata introdotta per apportare dei miglioramenti, ma sulla quale non siamo mai stati d’accordo (e come noi decine e decine di società del nazionale e anche del regionale) tanto nelle modalità di attuazione che nelle tempistiche sulle quali è stata articolata, ma soprattutto per la totale assenza di progetti che l’avrebbero dovuta sostenere sin dal momento in cui è stata concepita: e la ristrutturazione dell’attività giovanile, dal settore di base all’Under 19, era la componente fondante degli interventi che si sarebbero dovuti programmare a sostegno del progetto istituzionale.


Il signor Damiano Simone, entrando nello specifico, ha posto queste domande: 

1) Il livello del campionato marocchino dove viene posizionato rispetto a quello italiano?

2) Nel campionato marocchino quanti stranieri giocano (per lo meno se ci sono limiti o meno)?

3) Se non ricordo male, la Nazionale ha fallito la qualificazione anche al precedente mondiale (ante riforma) giusto?

4) Invece che cercare un colpevole nel CT o altre figure, non ritenete che sia tutto il sistema calcio e futsal che non funziona? E che quindi non è la riforma il vero problema?


Il post-scriptum dell’interlocutore è la base di partenza della nostra riflessione. Leggiamo: “Il Marocco (Stato), nell’ultimo decennio, ha investito ingenti risorse nello sport (la nazionale marocchina è stata semifinalista agli ultimi Mondiali, noi non ci siamo nemmeno qualificati!). E voi pensate che il problema sia la riforma?”.


Allora, egregio utente, è vero: la Reale Federazione Calcistica del Marocco ha effettivamente messo mano ad un enorme investimento sullo sport, e sul calcio in particolare, dopo le esperienze non certo brillanti, e i risultati insoddisfacenti, che le squadre nazionali avevano riportato nelle varie competizioni internazionali, a partire dalla Coppa d’Africa per arrivare agli stessi Mondiali antecedenti a quelli del 2022. L’investimento ha riguardato sia le infrastrutture sportive (esempio ne è proprio la Cittadella dello Sport alle porte di Rabat che ha ospitato le amichevoli degli azzurri) che la strutturazione degli organi tecnici che sono stati posti alla base di questo progetto. 


Va tuttavia fatta una premessa: in Marocco l’attività giovanile è ai minimi termini, per cui il lavoro che è stato effettuato dai “talent scout” incaricati dalla Federcalcio marocchina ha interessato soprattutto i cortili e i campetti delle località dove i tecnici hanno concentrato le loro attenzioni, scovando per strada, nel vero senso della parola, tutti quei ragazzi che sono stati avviati a questo percorso di qualificazione calcistica, che si è sviluppato presso i vari Centri Federali realizzati nel vasto territorio del Marocco.


La differenza sostanziale tra l’attività di base marocchina e quella italiana è legata al programma di lavoro che è stato pianificato, che ha unificato calcio e futsal, permettendo prima di tutto l’acquisizione di quelle capacità di adattamento a una disciplina capace di sviluppare in maniera efficiente reattività, gestione del controllo, senso della posizione e cognizione di gioco, ossia il futsal, che in questo progetto è stato chiaramente propedeutico e funzionale alla destinazione finale dei giocatori selezionati, il più indirizzati verso il calcio ma senza marginalizzare il contesto del futsal. La necessità riscontrata di dover cercare di arrivare ad ottenere con le squadre nazionali i risultati che già giungevano in campo internazionale grazie alle formazioni di club, più volte vincitrici delle competizioni continentali, ha dato la spinta giusta per ottimizzare il progetto istituzionale. Ci sono voluti diversi anni, ma alla fine il terzo posto del Marocco agli ultimi Mondiali testimonia la bontà del lavoro svolto, che s’è inevitabilmente riverberato anche sul futsal. 


Ovviamente, per molti giocatori si sono aperte le strade per vivere esperienze al di fuori del Marocco, ai massimi livelli specialmente in Spagna e Francia (Primera Division e Division 1), per cui per atleti come Soufian Charraoui (che è esploso in Olanda, nell’Hovocubo, ma oggi al Ribera Navarra e passato anche per la Elledi), Anas El Ayyane (che in Italia ha giocato con Latina e Aniene, anche lui oggi al Ribera Navarra), oppure il capitano Soufian El Mesrar (in forza all’Etoile Lavalloise, recente avversario della Feldi in Champions, dove giocano anche i fratelli Anas e Bilal Bakali) senza dimenticare Khalid Bouzid che gioca in Spagna nel Santa Coloma o ancora Hamza Maimon, compagno di squadra di Charraoui ed El Ayyane nel Ribera, s’è creata la grande opportunità di acquisire ulteriori capacità in campionati di qualità nettamente superiore a quello del loro paese d’origine. Dove peraltro gioca una consistente componente della Nazionale nordafricana, divisi tra Asfa Agadir, El Kebit, CFSS Settat, oppure Chabab Alam o RSB Berkane, che rappresentano i club con il più elevato indice di competitività di un torneo comunque complessivamente inferiore alla Serie A italiana.


La forte politica di scouting effettuata dai tecnici federali sulle strade, ha reso possibile l’individuazione di tanti giovani di eccellente livello, che hanno permesso ai club di non dover guardare al mercato estero per comporre roster in grado di poter competere anche sulla scena continentale africana. Questo ha portato con sé il progetto della Federazione marocchina, che ha investito nel movimento cercando di migliorare l’attività già esistente, potenziarla e renderla qualitativamente competitiva nel tempo: esattamente l’opposto di quello che si voleva porre la riforma del futsal italiano, resa difficilmente attuabile sia per la mancanza di infrastrutture specifiche, sia per la carenza di tecnici abilitati che per l’assenza totale di un progetto mirato e sostenuto da un forte investimento, proprio quello che ha fatto la FFF francese nel momento che ha deciso di stanziare quasi 20 milioni di euro da indirizzare solamente sullo sviluppo del futsal. E qui andiamo a rispondere in maniera indiretta ad una ulteriore domanda posta sempre dal nostro utente relativamente al fatto se la FIGC o la LND “e chiunque altro elargisce qualche contributo (non parlo di investimenti!) a qualche scuola calcio su tutto il territorio nazionale?”. Speriamo di aver soddisfatto la curiosità.


Un altro aspetto che ha impattato notevolmente sulla realizzazione del progetto marocchino si fonda sullo spirito di profonda appartenenza alla nazione originaria. Puoi essere nato in Spagna o in Belgio, in Olanda come in Francia, ma il mantra è unico per tutti: nelle vene scorre sangue marocchino. E questa fortissima ispirazione socio-religiosa ha facilitato la composizione di una squadra maggiore nazionale che oggi è all’ottavo posto del ranking FIFA e nella quale tutti gli atleti si sono riconosciuti, con gli effetti che hanno parimenti interessato la selezione Under 23, dove comunque sono emerse con chiarezza le capacità di quei giocatori “contaminati” dal futsal appreso fuori dal Marocco (vedi il caso di Mohabz, cresciuto in Spagna e oggi all’Italservice Pesaro), aspetto che rappresenterà certamente il plusvalore formativo anche per i giovani che hanno battuto due volte i nostri “azzurrini”.


Alle ultime due domande del nostro utente possiamo rispondere in maniera congiunta visto che l’una è tirata in ballo dall’altra. La nostra Nazionale, è vero (purtroppo), non si è qualificata alle ultime due edizioni del Mondiale: per quanto riguarda quella uzbeka del prossimo autunno sappiamo bene i motivi, la precedente circostanza avvenne dopo il famoso girone disputato in Portogallo alla fine di gennaio del 2020 in cui gli azzurri vennero bastonati dai lusitani padroni di casa che nel frattempo avevano già vinto il loro primo dei due titoli europei consecutivi, e che non ci diedero praticamente scampo. 


Ma a quella partita l’Italia allora guidata da Alessio Musti, che già aveva ben chiaro che la qualificazione diretta alla rassegna poi giocata in Lituania sarebbe stata legata alla partita col Portogallo (in cui i favori erano per la quasi totalità per i padroni di casa), si presentò dopo la vittoria sulla Bielorussia ma soprattutto l’incredibile 2-2 nella gara inaugurale del quadrangolare con la Finlandia: e quell’incredibile sta a segnalare i miracoli che il portiere finnico Savolainen (poi approdato al Mantova) compì a raffica, sbarrando in tutte le maniere possibili la strada ai nostri attaccanti. Una partita che se gli Azzurri avessero rigiocato altre cento volte avrebbero sempre vinto (in effetti nel successivo duplice confronto per le qualificazioni europee l’Italia vinse sia a Prato che a Vantaa), ma che costò il posto sulla panchina a un Musti assolutamente incolpevole davanti a tanta jella. Chiaramente col Portogallo chiunque ci avrebbe potuto perdere, visto che quella squadra, già campione d’Europa, ha poi vinto il Mondiale lituano del 2021 (al quale la Finlandia non approdò perdendo il playoff soffiato all’Italia) e gli Europei olandesi dell’anno successivo.


Per cui, mentre nel caso dell’eliminazione dai Mondiali del 2020 il capro espiatorio fu Musti, negli ultimi fallimenti azzurri - perchè di questo stiamo parlando - nessuno ha pubblicamente chiesto la testa del Ct Bellarte, che anzi, anche attraverso queste colonne, abbiamo esortato a portare avanti il suo percorso nella piena consapevolezza che le condizioni di base sulle quali poggiare la ricostruzione della Nazionale (si badi, non la rifondazione) oggi non sono in grado di permettere la definizione di una squadra che possa competere ai livelli delle formazioni di Nuccorini e Menichelli, perché il grado di apprendimento sul campo è stato sensibilmente ridotto dall’attuazione della riforma. Che le sue colpe in questo le ha, perchè è proprio il sistema che l’ha introdotta che non funziona, dato che alla base non esiste un progetto in grado di esprimere in tempi brevi quel ricambio generazionale che ha invece premiato il Marocco, in quanto voluto dalla Federazione e strutturato con cognizione di causa e, soprattutto, sostenuto dagli investimenti federali.


Bellarte potrebbe essere contestato magari per le scelte che attua, ma per come la vediamo noi vanno comunque inserite in un periodo di tempo funzionale alle necessità di sperimentazione in vista delle qualificazioni agli Europei del 2026 che scatteranno alla fine di questo anno: abbiamo parlato in un precedente servizio di “fiducia condizionata” credendo nella capacità del Ct di sintetizzare al meglio quello che il sistema futsal produce a favore della Nazionale. Ma ricordiamo anche che sono passati tre anni da quando Bellarte ha preso il posto sulla panchina azzurra e i risultati visti, sin qui, sono stati modesti tanto con la Nazionale maggiore che con quella Under 19, al netto dei proclami di soddisfazione per quelli ottenuti prima delle batoste che hanno sentenziato l’eliminazione degli azzurrini sia a Jaen che Porec per mano di Polonia e Slovenia.


Per chiudere, riteniamo che gli esempi delle altre Federazioni, che hanno portato a risultati concreti e tangibili in campo internazionale, devono essere fonte d’ispirazione per un progetto mirato a creare basi solide. Il Futsal+ partorito dal Settore Giovanile e Scolastico va in questa direzione, ma è palese i frutti si potranno cominciare a raccogliere solo tra qualche anno. E il futsal azzurro non può permettersi di aspettare tanto, perchè il ranking già oggi non parla in nostro favore.